La scena del calcio di rigore contro il Sassuolo è l’ennesima dimostrazione di quanto alcuni giocatori di sentono superiori ad altri. Perché sì, alla fine quel rigore lo ha tirato Manuel Locatelli, il rigorista designato, ma il punto è come ci si è arrivati. Il pallone ce l’aveva Dušan Vlahović e non era un caso: si vedeva chiaramente che lo sentiva suo, che voleva prendersi quella responsabilità, che aveva quella fame da attaccante che vive per il gol e in quel momento la scelta più “naturale” sarebbe stata di lasciarglielo. E invece no, alla fine Locatelli se l’è preso lo stesso lasciando pensare che certe decisioni sembrano già prese a prescindere dal contesto, come se esistesse una gerarchia che non tiene conto del momento o delle sensazioni. Il rigore diventa quasi un simbolo: non importa chi lo sente davvero, importa chi “deve” tirarlo.
Tutto ciò non rappresenta lo stile Juve, perché per vestire quella maglia prima di avere qualità a livello tecnico devi avere un comportamento esemplare soprattutto se ne sei il capitano. Ecco forse è questo quello che sta mancando alla vecchia signora nei ultimi anni, il cosiddetto “stile Juventus” quello che ha contro distinto i bianconeri da tutti gli altri club italiani. Questo si collega a qualcosa di più ampio, che possiamo chiamare quasi ironicamente “clan Locatelli”, con gente come Federico Gatti, Fabio Miretti, Andrea Cambiaso, giocatori che hanno fiducia, continuità, spazio anche quando magari le prestazioni non sono sempre all’altezza di quello che ci si aspetta da una squadra come la Juventus. Il punto critico è proprio lì: giocano sempre, anche quando ci sarebbero alternative o momenti in cui altri meriterebbero più spazio. Poi ci sono episodi interni come quello contro Jonathan David ,con a capo sempre le stesse persone, fatto passare in secondo piano e giustificato come ‘incomprensione”. Alla fine, il “clan locatelli” diventa questo: non solo un rigore tolto a chi lo sentiva, ma un simbolo di una gestione interna dove la fiducia diventa automatismo, e l’automatismo rischia di diventare un problema, e quel pallone sul dischetto, che per un attimo sembrava di Vlahovic, racconta esattamente tutto questo.
Pietro Malacrinò
LOCATELLI-VLAHOVIC: SOLO UN RIGORE O MOLTO DI PIÙ SITUAZIONE PENOSA