SPALLETTI CONFERMA LE NOSTRE PERCEZIONI SU DAVID. E IL MERCATO…

Le parole di Luciano Spalletti su David non sono un semplice commento tecnico: sono una diagnosi, quasi una radiografia del problema. E non è un caso che il tecnico abbia scelto proprio questo momento per affondare il colpo. Perché nel calcio, come nella vita, certe verità vengono fuori quando non possono più essere evitate. E la verità su David, purtroppo per la Juventus, è la stessa che avevamo già messo nero su bianco pochi giorni fa: il giocatore non è ancora all’altezza delle aspettative, né per continuità, né per applicazione, né per rendimento. Spalletti è stato chiarissimo. Ha spiegato che non si può pretendere di giocare cinque partite consecutive se in allenamento si offre un’intensità intermittente, un giorno buona e un giorno no. Ha ricordato che il lavoro quotidiano è la base di tutto, e che la continuità non è un favore che l’allenatore concede: è un premio che il calciatore si guadagna. “Funziona così: vai forte tutti i giorni, dopo due settimane ti do dieci minuti. Poi un tempo. Poi una partita. Poi cinque partite. Non il contrario.” Una frase che, depurata dal contesto, sembra scritta apposta per David. Ed è qui che si crea un corto circuito inevitabile. Perché mentre Spalletti utilizzava queste parole per spiegare la filosofia meritocratica della sua squadra, noi non abbiamo potuto fare a meno di ricollegarle a ciò che avevamo denunciato riguardo all’attaccante bianconero. Da mesi evidenziamo come la sua presenza in campo sia più un peso che un valore, più un limite che una risorsa. Non attacca gli spazi, non si fa punto di riferimento, non crea linee di passaggio per i compagni, non apre varchi per le mezzali. Ogni volta che la Juventus prova a costruire, l’azione finisce per impantanarsi proprio nel punto in cui dovrebbe accelerare. La tecnica di base, poi, è uno degli aspetti più preoccupanti. I controlli orientati raramente sono puliti, gli appoggi diventano un rischio, i passaggi sono imprecisi, le conclusioni non fanno paura. Ogni ricezione sembra portare con sé un micro-secondo di esitazione che, a questi livelli, equivale a perdere l’occasione. In un campionato organizzato come la Serie A, dove la densità difensiva è altissima, un attaccante indeciso diventa rapidamente un attaccante inutile. In tutto questo, la Juventus è costretta a ricalibrare il suo attacco per sopperire alle carenze del centravanti. Le mezzali, invece di inserirsi, rimangono schiacciate. Gli esterni devono rientrare più profondi per avviare l’azione. La squadra perde profondità, ritmo e imprevedibilità. E quando poi lo si affianca a Openda — che continua a essere un giocatore di grande velocità ma di scarsa intelligenza situazionale — il quadro si fa ancora più cupo. I due non dialogano, non si cercano, non si completano. Sembrano due pianisti che suonano contemporaneamente spartiti diversi. Le difese avversarie leggono la loro mancanza di intesa con una facilità imbarazzante. Non è questione di tempo o ambientamento: cinque mesi sono abbastanza per vedere se un giocatore sta crescendo, se sta entrando nei meccanismi, se sta almeno mostrando segnali di miglioramento. Qui, invece, assistiamo a una ripetizione monotona delle stesse criticità: poca personalità, poca cattiveria agonistica, poca responsabilità. Ed è proprio questo l’aspetto che le parole di Spalletti mettono a nudo con più forza: la mentalità. Un attaccante della Juventus deve essere feroce, costante, presente. Non può nascondersi, non può oscillare, non può vivere di giornate “sì” e giornate “no”. David, purtroppo, continua a muoversi come se fosse immune da tutto questo, come se la maglia gli dovesse automaticamente garantire minuti e fiducia. Ma non funziona così. Non alla Juventus. Non a certi livelli. E allora, se questi limiti non si risolveranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, diventerà inevitabile che il club inizi a guardare alla situazione con un occhio più freddo. Perché la società non può permettersi di costruire il suo progetto offensivo su un punto interrogativo. E, se le prestazioni non cambieranno in modo netto, sarà fondamentale monitorare la situazione anche in ottica mercato estivo, valutando soluzioni alternative per correggere un reparto che oggi appare insufficiente per le ambizioni del club. Non gennaio, certo, perché sarebbe una rivoluzione fuori tempo e fuori logica. Ma l’estate sì: quella sarà il momento per fare scelte coraggiose. La Juventus può decidere di aspettare ancora un po’, può sperare in un’evoluzione, può scommettere su un cambio di marcia. Ma non può ignorare che, finora, né la continuità richiesta da Spalletti né la qualità necessaria per guidare l’attacco bianconero si sono viste. Questa è la realtà. È scomoda, è dura, ma è l’unica possibile. E nasconderla non farà altro che ritardare un problema che, prima o poi, andrà affrontato.

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