Le foto parlano con la brutalità che spesso manca ai commenti ufficiali: il pullman della Juventus colpito, un finestrino mandato in frantumi, segni netti di un’aggressione che nessuno può liquidare come “scoria da grande sfida”.

Non c’è poesia, non c’è folklore, non c’è rivalità: c’è solo violenza da quattro soldi, fatta da chi non merita nemmeno di entrare in uno stadio. Quelle crepe larghe, quelle schegge ovunque, dicono la verità meglio di qualsiasi comunicato: qualcuno ha scagliato un oggetto contro il bus. E non si tirano oggetti addosso a una squadra di calcio “per sfottò”, come qualche nostalgico vorrebbe far credere: si fa per danneggiare, intimidire, fare male. Gente così non è “tifosa”: è zavorra tossica che trascina il calcio nel fango ogni volta che può. Il problema, però, non sono solo i responsabili materiali. Lo è anche ciò che accade dopo. Lo è quando arriva il turno delle dichiarazioni, e l’Italia del pallone si riempie dei soliti commenti blandi, diplomatici, imbarazzanti. In questo coro stanco si inserisce anche Giorgio Chiellini, oggi dirigente bianconero, capace di commentare l’accaduto con una leggerezza che pesa come un macigno. Non serve un urlo, ma neppure una carezza. Quando il bus della società che rappresenti viene colpito, la misura non è moderazione: è minimizzazione. Ed è proprio questa attitudine — il voler sempre smussare, attenuare, rendere tutto digeribile — a essere una parte enorme del problema. Perché se perfino chi è stato colpito non trova la forza di dirlo chiaramente, allora significa che il calcio italiano è diventato allergico alla verità. Si continua a ripetere la favola della “rivalità storica”, come se la rivalità avesse mai previsto di trasformare un bus in un bersaglio. La realtà è semplice: sono atti da codardi che usano lo sport come alibi. E chi parla in pubblico, chi rappresenta società, istituzioni, club, ha il dovere — non la facoltà — di chiamare le cose col loro nome. Non farlo significa offrire un rifugio rispettabile a comportamenti che rispettabili non sono. Significa dire ai violenti che tutto sommato il loro gesto rientra nel circo. E invece no: questa è feccia, e come tale va trattata. Serve durezza, chiarezza, coraggio. Serve pronunciare la parola che tutti evitano: violenza. Perché è esattamente ciò che è accaduto. Ed è esattamente ciò che continuerà ad accadere finché si preferirà l’equilibrismo alla responsabilità, la prudenza alla verità, la mezzatinta alla giustizia. Di seguito il video del vergognoso evento: