Un gol nel derby d’Italia contro l’Inter per aprire la serata, un altro – pesantissimo – contro il Borussia Dortmund in Champions League. Due lampi che, per molti, sarebbero stati impensabili solo qualche mese fa. E invece Lloyd Kelly è qui, vivo, vegeto e soprattutto utile. Molto utile. Quel difensore che una fetta di tifoseria aveva bollato come “errore di mercato” ancor prima di vedere un suo tackle, oggi si ritrova tra le rivelazioni dell’inizio di stagione. La vita, a volte, è davvero crudele… ma stavolta con i prevenuti. Kelly si è preso la scena senza proclami, senza slogan, senza marketing. Con una cosa che nel calcio moderno sembra quasi un vecchio vezzo vintage: l’affidabilità. È dentro una rinascita personale e tecnica che ha sorpreso perfino chi, alla Continassa, lo aveva inizialmente considerato sacrificabile. La Juve aveva passato l’estate ad aspettare un’offerta “congrua” per liberarsene, come se fosse un mobile di IKEA che non si sa dove mettere. E invece oggi, ironia della sorte, l’unico mancino naturale della retroguardia juventina è diventato un tassello prezioso per Tudor e lo è anche oggi con Spalletti, mentre Cabal deve ancora riacquisire ritmo e fiducia dopo il lungo stop. Kelly era arrivato a gennaio, investiti 17,5 milioni per aprire un canale con il Newcastle che – chissà – avrebbe potuto portare Tonali a Torino nella scorsa estate se Giuntoli fosse rimasto nella sua posizione inglese. Un’operazione vista da molti come poco logica, soprattutto dopo il paragone inevitabile (e ingiustificato) con Dean Huijsen, ceduto per 13,5 milioni e diventato in pochi mesi un diamante da 60 del Real Madrid. E poi c’era la solita critica da tastiera: “Ma se era in scadenza, perché pagarlo?”; “Arriva dalla Premier, qui si schianta”; “Non è da Juve”. Insomma, il repertorio classico della fretta di giudicare. E, in effetti, l’avvio non era stato dei migliori: qualche difficoltà di adattamento, qualche lettura tardiva, quell’aria da corpo estraneo che ha dato ai critici l’illusione di aver già ragione. Ma il calcio è pieno di giocatori che partono così, ed è altrettanto pieno di tifoserie che cambiano opinione più velocemente di una transizione in verticale. Poi è arrivato Tudor, uno che non regala nulla a nessuno ma che quando crede in un giocatore lo protegge, lo valorizza, lo migliora. Kelly si è sentito considerato, visto, capito. Ha rifiutato i sondaggi estivi, scegliendo di restare, e oggi quella scelta non sembra più un atto di ostinazione, ma il primo pezzo di una riscossa. Perché, al di là dei due gol che hanno acceso i riflettori, Kelly ha mostrato qualcosa di più prezioso: personalità, pulizia negli interventi, capacità di tenere l’uno contro uno con fisicità e concentrazione. Non è mai andato sotto livello, mai crollato nei momenti di pressione, mai spaventato dal contesto. E in una Juve che vive di fiammate e di fatiche, di alti e bassi, lui sta diventando sorprendentemente… costante. Il rientro di Cabal aumenterà la concorrenza, certo. Ma al momento Spalletti ha una certezza: Kelly c’è, sta bene, e merita spazio. E ora che finalmente si sta parlando di lui per quello che fa in campo e non per quanto è stato pagato, forse la percezione esterna potrà cambiare. Magari lentamente, perché i pregiudizi non muoiono mai di colpo. Ma cambierà. D’altronde, due gol pesanti, settimane di solidità e un rendimento in crescita sono un’ottima risposta a chi lo aveva criticato ancor prima che si allacciasse gli scarpini. E la provocazione finale è inevitabile: chissà quanti “intended experts” staranno già correndo a cancellare i vecchi tweet…
LA RIVINCITA DI LLOYD KELLY