aLa storia e i successi di Gigi Riva: lo scudetto col Cagliari, il terribile  infortunio, i gossip, la depressione - Corriere.it

 

Il tempo da è il tempo prende. E così in questo inizio gennaio, del ventiquattresimo anno del nuovo millennio, ci ha lasciati Gigi Riva, il più formidabile attaccante italiano di tutti i tempi. Era nato, sul finire della Seconda guerra mondiale, a Leggiuno, un paese affacciato sul lago Maggiore in provincia di Varese. Come quelli della sua generazione, aveva cominciato a giocare a calcio ritagliandosi piccoli spazi di tempo, in un tempo in cui la fame e la miseria imperversavano. Anni in cui, per giocare a calcio, non avevi le scarpe ai piedi, ma solo i piedi nudi. Le scarpe erano unlusso di cui beneficiavano in pochi. E tra questi non c’era il piccolo Luigi. Un posto, e un’epoca, dove il silenzio era più assordante di qualsiasi rumore e la parola data valeva più di qualsiasi contratto scritto. E forse il carattere di Luigi (Gigi) Riva, rispecchiava, fino in fondo, queste prerogative. Solo che il tragitto dalle coste del Lago maggiore, a quelle della Sardegna, soprattutto in quell’Italia di sessant’anni fa, era enorme. Ma le vie, in cui si manifesta il destino, sono più potenti di qualsiasi ostacolo. Così, nell’estate del 1963, con l’Italia nel pieno del miracolo economico, nell’isola della Sardegna stava per nascere un secondo miracolo, dopo quello dell’Aga Khan che aveva fatto nascere il mito della Costa Smeralda: Il Cagliari di Gigi Riva che avrebbe stravolto il mondo del calcio. Eppure nessuno immaginava che quel ragazzo taciturno, che muoveva il piede sinistro al ritmo di un violino, e che calciava con la potenza di un fulmine, avrebbe portato il Cagliari, dalla serie B allo scudetto del 1970. Quello ful’iniziò dell’epopea di “Rombo di tuono”, come lo aveva ribattezzato Gianni Brera, il più grande giornalista sportivo di questa nostra patria. Un calciatore dotato di un piede sinistro, che non lasciava scampo ai portieri avversari, e un cuore grande come l’isola della Sardegna.

 

Morto Gigi Riva, diverso anche ai suoi tempi

 

 

 

 

Un amore, quello con la terra dei quattro mori, che durerà per sempre. Che resisterà nonostante il corteggiamento dei grandi presidenti delle formazioni blasonate del continente. Perché, diceva Riva, una parola data vale più di qualsiasi prezzo. Così, Gigi Riva, preferì rimanere là dove il mare disegnava paesaggi straordinari e dove le persone avevano il suo stesso carattere taciturno e sincero. All’Italia calcistica quel formidabile, e inimitato, attaccante regalò tante gioie. Nel 1968 la conquista dell’europeo e due anni dopo, il secondo posto al mondiale del Messico. Insieme a trentasei gol che lo consacra, ancora oggi, il migliore attaccante azzurro. Ma è in quello scudetto, vinto con il Cagliari nel 1970, che la favola di Gigi Riva riecheggerà per sempre. Quando la squadra allenata da Manlio Scopigno, che vedeva in campo gente come Nenè, Albertosi, Niccolai, Domenghini, Martiradonna, Brugnera, Gori, Zignoli e Cera, rese reale il sogno tricolore, Gianni Brera scrisse: “Lo Scudetto del Cagliari rappresenta il vero ingresso della Sardegna in Italia. E’ l’evento che sancisce l’inserimento definitivo della Sardegna nella storia del costume italiano. La Sardegna aveva bisogno di una grande affermazione e l’ha avuta con il calcio…

 

 

Un minuto di silenzio in memoria di Gigi Riva | Federvolley

 

 

 

 

Lo Scudetto ha permesso alla Sardegna di liberarsi da antichi complessi di inferiorità ed è stato un’impresa positiva, un evento gioioso”. Parlava della regione Sardegna, e non di una semplice squadra di calcio di nome Cagliari. Una terra, quella sarda, che se ti entra nell’anima, non va più via. Lo sapeva bene Gigi Riva, che non volle mai abbandonare quella terra, nonostante ad ogni partita, che disputava in continente, un emissario della Juve lo andasse a trovare per proporgli un contratto con la squadra a strisce bianconere. Quello fu il più grande corteggiamento della storia calcistica nostrana tra un club e un calciatore, arricchito da interferenze esterne come quella di Angelo Moratti, patron dell’Inter, che proprio in Sardegna aveva impiantato gli stabilimenti della SARAS. Nel maggio del 1973, quando la Juve perse la finale della Coppa dei Campioni a Belgrado conto l’Ajax, Gianni Agnelli disse: “Se avessimo avuto Gigi Riva con noi, avremo vinto la coppa”. Con Gigi Riva se ne va un’altra delle pagine belle del calcio italiano. Un grande uomo e un grande calciatore che apparteneva già alla leggenda ancor prima della sua morte. Una storia che ci ricorda che, a volte, la realtà ha più fantasia di quella che portiamo nei nostri sogni. Buon viaggio Gigi. Antonio Pesca

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