SCIREA NASCEVA 70 ANNI FA

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È stato un grande uomo, prima che un grande campione. Un modello a 360 gradi per i più giovani: con la sua vita, marito e padre esemplare, e il suo comportamento, sempre educato e gentile verso gli altri, compagni e avversari, ma anche in campo, con una classe ed uno stile unici.

Dopo aver iniziato la sua carriera da mezzala nell’Atalanta, è stato uno dei tre più grandi interpreti del ruolo del libero in Italia. Passato alla Juventus, in 14 anni da calciatore con la Juventus ha vinto tutto quello che c’era da vincere.

In Nazionale gioca tre Mondiali e un Europeo, ed è fra gli eroi azzurri che la notte dell’11 luglio 1982 allo Stadio Santiago Bernabeu di Madrid, battendo 3-1 la Germania Ovest, regalano all’Italia la terza Coppa del Mondo della sua storia.

Mai espulso, si ritira nel 1988 e nel 1989 inizia la carriera da allenatore come vice di Dino Zoff alla Juventus. Ma un tragico incidente stradale in Polonia se lo porta via il 3 settembre 1989 a soli 36 anni.

GLI ESORDI: DA ATTACCANTE A LIBERO

Scirea nasce il 25 maggio 1953 Cernusco sul Naviglio, nell’hinterland di Milano. È il terzo dei quattro figli di papà Stefano, operaio siciliano alla Pirelli, e mamma Giuditta,  lombarda e anche lei grande lavoratrice.

“Io vengo da una famiglia di operai, – dirà Gaetano – mio padre ha fatto 35 anni alla Pirelli, e anche mia madre ha lavorato per 34 anni. Sapevo i grandi sacrifici che facevano loro e per questo non ho mai avuto grilli per la testa”.

Come tanti bambini della sua età, sogna in strada con un pallone fra i piedi e nei pomeriggi si allena a palleggiare contro il muro: di destro e di sinistro, con l’interno e col collo del piede. Un giorno, è il 1963, viene notato da Gianni Crimella, ventenne allenatore e dirigente della Serenissima, la squadra di Calcio a 7 dell’Oratorio San Pio X di Cinisello Balsamo, dove gioca anche suo fratello Paolo.

“Controllava il pallone con una naturalezza pazzesca per un bambino di 10 anni. – ricorda Gianni a ‘Sky’ – Gli dissi: ‘Perché non vieni a giocare alla Serenissima?’. ‘Se devo venire vengo’, mi rispose. ‘E certo che devi venire’, insistetti”.

Inizia così la carriera di uno dei più grandi campioni della storia del calcio italiano.

“Si era bambini – dirà in seguito Scirea ricordando quei tempi – si stava lì dalla mattina alla sera. Si giocava spensierati”. 

Paolo e Gaetano ereditano dal padre la passione per l’Inter. 

“Quando c’erano le partite di Coppa – rivela a ‘Sky’ Paolo – andavamo a casa di una signora che aveva la televisione e ci permetteva di vederle”.

Il papà, grazie a un collega che gli regala i biglietti, lo porta a vedere a San Siro Inter-Mantova del 1961. Qualche anno dopo Crimella riesce a procurarsi 3 biglietti per Inter-Liverpool, semifinale di Coppa dei Campioni del 1965, in cui i nerazzurri di Helenio Herrera rimontano gli inglesi e fa un regalo ai due fratelli. Il terzo goal dei milanesi lo segna Giacinto Facchetti, in una delle sue incursioni offensive.

Gaetano è felicissimo di aver assistito a quello spettacolo, e in quel momento decide che avrebbe fatto il calciatore, anche se non può sapere che 10 anni più tardi sarà lui a sostituire proprio il campione nerazzurro come libero della Nazionale italiana.

Un anno dopo, per assecondare la sua passione per l’Inter, il tecnico della Serenissima porta Gaetano a fare un provino con i nerazzurri. Ad osservarlo, in uno dei campi del club sul Naviglio, c’è un certo Maino Neri, che lo schiera all’ala sinistra. Scirea per la prima volta gioca in un campo di calcio a 11. L’ultima parola spetta al responsabile delle Giovanili, Peppino Meazza, che alla fine dice no.

Gaetano continua allora a giocare come attaccante nella Serenissima fino al 1967.  Pensa tanto al calcio che viene bocciato a scuola in Terza media.  Quando lo dice al padre, riceve una vera lavata di capo. Stefano vuole che suo figlio torni a scuola, lui non ne ha voglia e per ottenere il rispetto di suo padre inizia a lavorare in un paio di negozi.

Silenzioso e timido, il giovane Gaetano è orgoglioso e pretende molto da se stesso. Crimella, che di professione fa il venditore di materassi in giro per la Lombardia, grazie a un contatto riesce a organizzargli un provino con l’Atalanta, uno dei migliori vivai d’Italia, diretto dal Dott. Brolis.

Per la seconda volta nella sua vita Gaetano deve giocare su un campo di calcio a 11. Crimella nota che 3 dei compagni di squadra nel provino giocano abitualmente insieme in un piccolo club, per cui dà un consiglio al ragazzo:

“Tu prendi il pallone e non passarlo più, perché non te lo ridaranno mai. – gli dice – O te lo portan via o vai al tiro”.  

Gaetano esegue e fa un bel provino, segnando alcuni goal. Il problema è il suo fisico, che agli occhi di Brolis appare gracilino. Crimella garantisce che il ragazzo crescerà e svilupperà un bel fisico. Il dirigente atalantino prende tempo, ma poi qualche settimana dopo chiama: Scirea a 14 anni è tesserato dall’Atalanta. 

Papà Stefano è inizialmente perplesso, ma si ricrederà, mentre mamma Giuditta lo appoggerà sempre e diventerà sua complice. Gaetano entra nelle Giovanili dell’Atalanta e viene allenato da Guido Capello e da un giovanissimo Ilario Castagner.

In campo gioca inizialmente da ala e poi da mezzala, dove i tecnici della squadra bergamasca pensano possa rendere meglio. Come mezzala disputa anche due stagioni con la De Martino, l’antica Primavera, ma fatica ad esplodere. I critici dicono che in quel ruolo abbia poca fantasia. Un giorno però la sua posizione in campo cambia per sempre, ed è il destino a metterci lo zampino.

“Capello mi ha salvato! – racconterà in seguito Gaetano – Ero, infatti, sul punto di lasciare il calcio. Credevo di aver sbagliato mestiere; mi sembrava di essere un fallito. La maglia che abitualmente indossavo era quella di mezzala, e a battitore libero giocava Belotti, il mio amico Vittorio. Un giorno giocavamo a Melegnano e Belotti si ruppe una gamba. Capello, l’allenatore, decise su due piedi di sostituirlo proprio con me, una mezzala, quel giorno tredicesimo e unico sostituto. Ricordo tutto di quegli anni. E con un certo piacere rammento le finali raggiunte con Ilario Castagner”.

È la svolta che Scirea aspettava. Gioca una bella gara e nelle successive si ripete. Nel suo ruolo diventerà un campione scrivendo pagine indelebili nel calcio italiano.  

FRA I PROFESSIONISTI CON L’ATALANTA

Anche per il debutto di Gaetano in Prima squadra è il fato a metterci lo zampino. Ad una settimana dall’inizio del campionato 1972/73, il libero titolare della Dea, Giancarlo Savoia, si infortuna. Il tecnico Giulio Corsini deve scegliere chi lo sostituirà e dà fiducia a Scirea. 

Si gioca al Sant’Elia, contro il Cagliari di Gigi Riva. Finisce 0-0, Rombo di Tuono non trova il goal e nel post partita spende parole importanti per il diciannovenne atalantino.

“Quel ragazzino lì, taciturno come me, farà strada”, dichiara. Avrà ragione.

L’Atalanta nelle partite di Coppa Italia e nelle prime due giornate di campionato non prende goal, ma alla terza è in programma il Derby lombardo contro il Milan di Gianni Rivera e Corsini decide di cambiare l’assetto della sua squadra, inserendo nuovamente Savoia nell’undici titolare.

Il numero 10 rossonero è in stato di grazie, e il risultato che ne vien fuori è roboante: 9-3 per il Diavolo, sua miglior vittoria di sempre in Serie A. Quel risultato peserà non poco nella storia di Scirea, perché proprio per differenza reti peggiore rispetto a Roma, Sampdoria e L.R. Vicenza l’Atalanta retrocede in Serie B.

Il classe 1953, comunque, ha lasciato il segno, visto che alla 9ª giornata, nell’altro Derby lombardo contro l’Inter, viene chiamato a rimpiazzare il mediano Bianchi e diventa il primo sostituto di quest’ultimo e della mezzala Pirola. Colleziona 20 presenze senza reti ma nel 1973/74 Savoia è ceduto, Corsini è esonerato e rimpiazzato con Heriberto Herrera, e  Gaetano gioca da libero titolare un ottimo campionato di Serie B, con 38 presenze e un goal.

Fra gli osservatori che monitorano le sue prestazione c’è anche Romolo Bizzotto per conto di Giampiero Boniperti, presidente della Juventus. Qualcuno lo riferisce a Gaetano, ma lui, ragazzo schivo e timido, non vuole nemmeno crederci. Così si arriva all’estate, dopo un piazzamento finale all’11° posto, e mentre Scirea è mentalmente con la testa alle vacanze, la Juventus anticipa la concorrenza e lo acquista per 700 milioni più i cartellini di Giorgio Mastropasqua e Gian Pietro Marchetti, e la comproprietà di Giuliano Musiello.

“Il campionato era finito ed io ero a casa, – ricorderà Scirea – senza particolari preoccupazioni. A un certo punto mi venne a trovare il Dott. Brolis, un dirigente, e senza molti preamboli mi comunicò che la Juventus mi aveva acquistato. Dovevo andare a Torino alle visite mediche. Impazzivo dalla felicità”.

“Quella notte non ce la feci proprio a prendere sonno. Sembrerà forse una scontatezza, ma è la pura verità. Credo che ogni calciatore, forse anche ogni ragazzino, abbia sognato una volta nella vita di arrivare a far parte della Juventus. Ed io ci ero arrivato davvero”.

Prende realmente coscienza del trasferimento quando, tornato a casa, trova tutta la sua famiglia ad aspettarlo, felice per la bella notizia.

SCIREA ALLA JUVENTUS: 14 ANNI DI SUCCESSI

La data per il raduno con la Juventus è fissata per il 29 luglio al Comunale di Torino. Ad accompagnarlo in macchina è suo fratello Paolo. Gaetano quasi si vergogna a ritrovarsi di fronte a tanti campioni: Zoff, Gentile, Morini, Furino, Fabio Capello, Altafini… E tocca a suo fratello tirarlo giù quasi di peso.

“Ricordo che non volevo scendere dall’auto”, ammetterà lui stesso anni dopo.

Inizia così la lunga storia d’amore fra Scirea e la maglia bianconera, che durerà per 14 lunghi anni. A Villar Perosa gli viene assegnato Roberto Bettega come compagno di stanza. Fa l’esordio assoluto nel 4-0 interno contro il Varese in Coppa Italia, poi si infortuna in Coppa UEFA, contro il Vorwärts Francoforte, così debutta in Serie A con la Vecchia Signora soltanto nella 3ª giornata di campionato, il 20 ottobre 1974, a Varese. Ed è ancora uno 0-0, come all’esordio con l’Atalanta.

“Fui fortunato. – dirà dall’alto della sua modestia – Giunsi alla Juve proprio in coincidenza con l’abbandono di un campione del calibro di Salvadore ed evidentemente dovevo già godere della stima dei responsabili, visto che mi si diede senza problemi la maglia numero 6. Alla prima partita, in Coppa UEFA mi faccio male alla caviglia. Così, appena cominciato, sono stato costretto a fermarmi per due partite in campionato. Provavo tanta gioia ma spesso scendevo in campo con le gambe che tremavano, mi ha aiutato la squadra vincendo lo Scudetto, il mio inserimento non poteva coincidere con miglior risultato”.

Dopo il 5-0 con il Lanerossi Vicenza, che sancisce il titolo per i bianconeri, va a festeggiare in discoteca con i suoi compagni di squadra. Dove non era mai stato. Rientra a casa alle 6 del mattino, ma incrocia un operaio della FIAT che va a lavoro e gli torna in mente suo padre. Si vergogna e torna subito a casa.

Riuscirà a stare in campo per 147 partite consecutive senza mai una squalifica o un infortunio. E vincerà tutto quello che un calciatore può vincere a livello di club:  7 Scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa UEFA, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni (che tuttavia, a causa dei gravi fatti dell’Heysel, non sentirà mai pienamente sua) e una Coppa Intercontinentale battendo in finale l’Argentinos Juniors ai calci di rigore.

Antitesi del calciatore contemporeaneo, prende l’autobus per andare agli allenamenti e per non farsi riconoscere copre con delle strisce di nastro nere le scritte Juventus sulla borsa e alza il bavero del giubbotto. In campo reinterpreta il ruolo e diventa in bianconero uno dei liberi più forti al Mondo. Accostato spesso a Beckenbauer, è un campione nell’arte dell’anticipo, sa leggere prima degli altri dove finisce la palla e, una volta entratone in possesso, è il primo costruttore di gioco per la sua squadra. Dotato di grande eleganza, corre sempre a testa alta e talvolta si lancia in avanti con discese irresistibili, grazie ad una tecnica superba.

“Giocare libero è un impegno continuo. – spiegherà ai media – Devi controllare tutti e nessuno. Devi possedere un intuito eccezionale. Capire quando il terzino parte avanti e prendere subito in consegna l’attaccante che resta incustodito, tenendo ben presente lo spazio dal quale possono venirti le sorprese del contropiede. Poi, quando intervieni, devi cercare non solo di liberare l’area, ma appoggiare il gioco in maniera da far ripartire i tuoi; semplice da dire, ma provate a farlo, quando il gioco è veloce e tutti sono in condizione di metterti in difficoltà”.

A Torino inizialmente frequenta la pensione dove stanno i ragazzi della Primavera e lì, una sera, ad una cena, conosce Mariella Cavanna, colei che nel 1976 diventerà sua moglie. Dopo 5 incontri fra i due scocca subito il colpo di fulmine.

Fra i compagni nasce una grande amicizia con Dino Zoff. 

“Mi colpì subito la sua serenità. – dirà Zoff del suo compagno di squadra – Quasi irreale. Pian piano ho capito che lui era realmente così”. 

Di tutte le stagioni con la Juventus, il 1976/77 è senza dubbio la più esaltante per Scirea: arrivano lo Scudetto dei record, quello dei 51 punti, la vittoria della Coppa UEFA, primo trofeo internazionale del club, contro i baschi dell’Athletic Bilbao.

“Era la Juventus che dava sette o otto giocatori alla Nazionale. Una Juventus splendida, – affermerà Scirea – costruita da Boniperti pezzo su pezzo, da grande intenditore”.

Un anno dopo il matrimonio, nel 1977, Gaetano diventa anche papà: nasce infatti suo figlio Riccardo.

“Prima di cominciare ogni partita, – ricorderà Mariella – la prima cosa che faceva era cercarci in tribuna per salutare me e suo figlio Riccardo. Non so come faceva con lo sguardo a beccarci sempre”.

Nel 1982 lo Scudetto ha un sapore speciale: Scirea si toglie la soddisfazione di firmare la rimonta nel Derby della Mole contro il Torino con una storica doppietta: finisce 3-2 per i bianconeri, con i granata avanti 2-0.

LA NAZIONALE E IL TRIONFO DI SPAGNA ’82

Le qualità di Scirea lo portano a 22 anni a indossare la maglia della Nazionale maggiore. ll debutto è in amichevole contro la Grecia il 30 dicembre del 1975, sotto la gestione di Enzo Bearzot e Fulvio Bernardini. Con Bearzot unico Commissario tecnico, Scirea disputa 3 Mondiali, Argentina ’78, Spagna ’82 e Messico ’86, e l’edizione italiana degli Europei nel 1980.

Nel 1978, con quella che da molti è considerata la Nazionale più bella di sempre, si piazza al 4° posto, ma il vero capolavoro arriva 4 anni dopo in Spagna. A quella squadra non crede nessuno, la stampa critica Bearzot, che fa giocare titolare Paolo Rossi e non ha convocato Pruzzo. Pablito viene dalla squalifica di due anni e ha giocato appena 3 gare in quel campionato.

Se le prime 3 gare danno ragione alla stampa, le ultime 3 diranno che aveva ragione ‘Il Vecio’. Scirea gioca da leader della difesa azzurra con il numero 7 sulle spalle. È grande protagonista anche nella finale con la Germania Ovest. Dopo il primo tempo, negli spogliatoi del Bernabeu, consola l’amico Cabrini per il rigore calciato a lato nel primo tempo.

Nella ripresa inizia a spingersi in attacco con sempre maggiore insistenza. È il solito Rossi a sbloccare il risultato. Poi Scirea si porta palla al piede nell’area tedesca, e con un colpo di tacco serve all’indietro Bergomi, che gli riconsegna ancora il pallone. Gaetano, dalla destra, mette la palla al limite dell’area per Tardelli, che controlla e scarica di potenza in porta, in caduta, battendo Schumacher e lanciandosi nell’urlo liberatorio più celebre della storia del calcio: 2-0.

“L’assist fu il finale di un contropiede. – spiega Tardelli a ‘Sky’ – Gaetano mi dette la palla, io la stoppai esternamente, il pallone si allungò un po’ e cadendo feci goal”.

Altobelli completerà l’opera, prima che Breitner fissi il il risultato sul 3-1. Al fischio finale Zoff e compagni posso sprigionare la loro gioia: l’Italia è campione del Mondo per la terza volta. 

“Dopo la partita siamo stati nel corridoio, e passammo la notte a dire cretinate, io, Rossi, Gaetano e Cabrini. – racconta Tardelli – Una cosa mi disse bella: ‘Ma ti rendi conto che adesso io vado a casa e mi devono chiamare campione del Mondo?”.

Dal febbraio 1984 Scirea diventa il capitano dell’Italia. Nel 1986 gioca i suoi terzi e ultimi Mondiali. Un ciclo vincente del calcio italiano sta definitivamente per chiudersi. Bearzot e i suoi ragazzi in Messico cozzeranno contro la Francia di Michel Platini, il fuoriclasse compagno di squadra di Gai nella Juventus, che li eliminerà agli ottavi.

Quella contro i Bleus sarà l’ultima gara del libero in Nazionale, che chiude con 78 presenze e 2 goal.

GLI ULTIMI ANNI E IL RITIRO 

Dopo i Mondiali spagnoli, gli arrivi di Boniek e Platini danno ai bianconeri, che in squadra hanno una caratura europea e mondiale. In semifinale di Coppa dei Campioni la rimonta sull’Aston Villa regala ai bianconeri l’occasione che da tempo aspettavano. Il 25 maggio 1983 ad Atene i bianconeri sfidano l’Amburgo, e Magath con un sinistro da fuori sorprende Zoff e spegne il sogno della Vecchia Signora. Per tutti, anche per Gaetano, un duro colpo.

“Per due volte ha capito che nel calcio non si finisce mai di imparare. – dirà Gai – È stato quando, dopo aver vinto lo scudetto con Parola, l’anno successivo, a sette giornate dalla fine, con cinque punti di vantaggio rispetto al Torino la squadra perse tre partite di seguito e consegnò il titolo ai cugini granata. E, più grande di tutte, la delusione di Atene, la Juventus più bella, quella che era giunta in finale dominando squadroni come Widzew Łódź, Aston Villa e Standard Liegi. È facile arrivare a certi livelli, più difficile è restarci”.

La Coppa Italia 1982/83, vinta ribaltando il successo dell’andata sul Verona, è il primo trofeo alzato al cielo da Scirea, dopo il ritiro di Zoff. Nel 1984  diventa capitano della Juventus,  e in questo suo ruolo vive grandi gioie, come i successi in Coppa delle Coppe col Porto e nella Supercoppa Europa con il Liverpool,  ma anche momenti molto difficili, come all’ Heysel il 29 maggio 1985.

Nonostante la tragedia sugli spalti, le autorità decidono che per motivi di ordine pubblico la finale di Coppa dei Campioni si deve giocare. Tocca allora a Scirea, in qualità di capitano, assieme a Phil Neal del Liverpool, dover rassicurare i tifosi dall’altoparlante dello stadio di Bruxelles.

“La partita verrà giocata per consentire alla polizia di organizzare la protezione durante l’uscita dallo stadio. Non cedete alle provocazioni, restate calmi, giochiamo per voi”.

Vince la Juventus 1-0 per un rigore che non c’è per un fallo fuori area su Boniek. Trasforma Platini, ma nessuno ha voglia di festeggiare.

“Ci vorranno dei mesi, prima che mio marito si addormenti la sera senza che il suo ultimo pensiero sia l’Heysel”, rivelerà Marella Scirea.

Gaetano avrebbe voluto vincere un’altra Coppa dei Campioni, per dedicarla alle 39 vittime, ma purtroppo anche per Gai, il diminutivo con cui lo chiamavano tutti, il tempo era inesorabilmente passato. Nel 1986, grazie a Tacconi, che para due rigori all’Argentinos Juniors, vince il suo ultimo trofeo internazionale, la Coppa Intercontinentale, nonostante non possa sollevarla perché esce per infortunio al 70′.

Per far contento il papà, che male aveva digerito il suo abbandono agli studi per inseguire la gloria calcistica, decide di riprenderli. Frequenta l’Istituto Regina Margherita dalle 7:30 alle 11:30 per tre volte la settimana. A casa è sua moglie Mariella a interrogarlo. Nell’estate 1987 consegue il diploma magistrale.

“Venne a casa e mise il diploma da maestro sul tavolo. – racconta il fratello Paolo, visibilmente commosso – Papà non se lo aspettava e credo che gli abbia fatto molto piacere”.

“Nel suo ultimo ritiro estivo mi scrisse una lettera. – rivela Mariella – Mi confessò che nonostante tutto quello che aveva vinto, la gioia più bella per lui era stata prendere il diploma”. 

Lo vogliono la Fiorentina e altri club, lui declina cordialmente le proposte. Anche se sa che non è più un titolare fisso alla Juventus.

“Certo che avrei potuto anch’io, con l’arrivo dello svincolo, spuntare contratti faraonici, ma di squadre come questa ce n’è una sola. – sottolineerà – Ed io preferisco concludere la mia carriera alla Juventus. Senza fretta, però, ho il conforto dell’esempio di Zoff, un uomo che mi ha insegnato a non guardare indietro”.

La sua ultima stagione da calciatore è il 1987/88. Scirea ha un po’ di capelli bianchi e parte spesso dalla panchina, lasciando spazio al più giovane Tricella. La Juventus lotta col Torino per l’ultimo posto in Coppa UEFA. Il 24 aprile, con una delle sue classiche incursioni offensive, firma al Ferraris il 2-2 con la Sampdoria. Sarà il suo ultimo goal in carriera.

A due giornate dalla fine la Juventus affronta col doppio libero il Milan di Sacchi, che ha appena battuto il Napoli al San Paolo. Scirea, come un direttore d’orchestra, guida la squadra bianconera ad una grande prova difensiva. Nonostante Gullit faccia di tutto per segnare, e il Napoli abbia perso, finisce 0-0, con Sacchi furibondo.

L’ultima gara in bianconero lo vede subentrare contro la Fiorentina. Sia la Juve, sia il Torino perdono, e chi va in Coppa UEFA si decide allo spareggio, che sarà vinto ai rigori dai bianconeri.

Scirea però non lo gioca, perché ha già detto basta. Dopo 377 partite e 24 goal in Serie A 552 gare e 32 reti in totale con la maglia bianconera sulle spalle, che lo renderanno a lungo l’alfiere del club, superato in tempi recenti solamente da Alessandro Del Piero. Con Cabrini è stato il primo calciatore a vincere tutte le principali competizioni UEFA per club.

Subito dopo la gara con la Fiorentina, declina l’invito alla festa fattogli da sua moglie e va a Cinisello Balsamo, dove tutto era iniziato, perché l’aveva promesso a Crimella. E Gai è uno di parola. Ricorderà e ringrazierà tutti gli allenatori che ha avuto, in particolare Bearzot e Trapattoni, che è lì e ci parla a lungo.

IL RUOLO DI VICE-ZOFF E LA TRAGICA MORTE NEL 1989

Nel 1989 Scirea ha diverse opzioni: continuare a giocare con un ruolo sempre più marginale, entrare nella dirigenza bianconera, o diventare allenatore. Frequenta il corso di Coverciano e prende il patentino. A quel punto riceve la proposta di Lillo Foti, che lo vorrebbe per allenare la Reggina.

Ma l’ingaggio di Zoff come allenatore della Juventus cambia tutte le cose. Così decide di fare il secondo di Dino, compagno di tante battaglie. Senonché un infausto sorteggio UEFA abbina la Vecchia Signora al Primo turno ai polacchi del Górnik Zabrze, e fra i compiti di un vice-allenatore c’è anche quello di andare ad osservare i prossimi avversari.

Scirea ci va una volta ad agosto ed è entusiasta. Nel tempo libero visita anche la casa di Giovanni Paolo II a Cracovia. Poi però Boniperti vuole che ci vada una seconda volta a inizio settembre. Lui non è convinto, non lo è nemmeno Zoff, che propone di mandarci Vycpálek, che è cecoslovacco e conosce bene anche la lingua. Gaetano, però, per non disturbare, come gli aveva insegnato papà Stefano, per l’ennesima volta dice di sì.

“Facemmo colazione insieme alle 4 e mezza del mattino di sabato. Fui io ad insistere. – racconta Mariella a ‘Sky’ – Gai sarebbe rientrato la domenica sera. Dopo che ci siamo salutati, si voltò verso di me e mi disse: ‘Basta, è l’ultima volta che vado in giro. Vorrei stare un po’ di più a casa’. Quelle sono state le sue ultime parole prima di partire”.

Purtroppo Gaetano a casa non ci tornò mai. Il sabato sera, giunto in Polonia, osserva il Gornik in azione. Domenica mattina, 3 settembre, parte verso Varsavia a bordo di una Polski FIAT 125p. Il vice allenatore della Juventus siede dietro all’autista, accanto a Barbara, l’interprete, mentre un dirigente del Gornik siede davanti. Sulla strada a due corsie da Widzew a Varsavia c’è però molto traffico e il conducente sembra particolarmente nervoso e aver fretta. Nei pressi dell’uscita per Babsk, tenta un sorpasso azzardato mentre dall’altro lato della strada sta sopraggiungendo un pulmino.

L’impatto non è tremendo, il problema è che alle spalle sopraggiunge una 126 FIAT di fabbricazione polacca, che tampona l’auto su cui viaggia Gaetano. Il dirigente del Gornik, che non indossa la cintura di sicurezza perché non funziona, è sbalzato fuori e ha salva la vita. Ma l’auto, per via di quattro taniche di benzina che erano state stipate nel bagagliaio in caso di necessità, prende fuoco, senza che nessuno dei passeggeri riesca ad uscire.

Per Scirea, l’autista e l’interprete il rogo è fatale, visto che, in base agli esiti dell’autopsia, non avevano riportato lesioni nell’impatto. Il vice allenatore bianconero è trasportato presso un ospedale vicino ma, a causa delle gravi ustioni riportate, i medici possono soltanto constatarne il decesso.

La notizia che un italiano è morto in Polonia arriva alla Farnesina, ma dal nome comunicato è difficile risalire alla persona reale. Per questo la verità si saprà soltanto diverse ore dopo. Quel pomeriggio la Juventus aveva giocato al Bentegodi di Verona, vincendo 4-1. Dopo aver cenato sul Lago di Garda, la squadra con i dirigenti si dirige in pullman a Torino ed è il casellante dell’autostrada per Torino, dopo le 22, ad avvisare che è successo qualcosa a Scirea. 

Il figlio Riccardo è ad Alassio, dai nonni materni, e apprende la notizia della morte del papà dalle tristi parole di Sandro Ciotti alla ‘Domenica sportiva’.

“È inutile spendere parole su un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni su tutti i campi del mondo, che ha conquistato un titolo Mondiale con pieno merito e che era un campione non soltanto di sport ma soprattutto di civiltà”, dice il noto giornalista.

Tardelli, che è ospite alla Domenica Sportiva, è sconvolto e torna a casa.

“Era l’ultimo di noi che se ne sarebbe dovuto andare, – dichiarerà – al cospetto del carattere mite con noi era sempre allegro, mai arrabbiato e sempre disposto a darti una mano. E invece se n’è andato per primo. Mi ha lasciato solo cose belle”.

Mariella è a casa Zoff, dalla moglie Anna. La televisione per qualche motivo non funziona e apprende la notizia una volta rientrata a casa il giorno seguente, da una telefonata di Boniperti. Che le dice che c’è un sopravvissuto, dandole una speranza. Si saprà presto che non si tratta di Gaetano.

Dopo il riconoscimento in Polonia, effettuato dal dentista della Juventus, l’8 settembre, in un clima di commozione e grande cordoglio, a Torino, nella Chiesa della Crocetta, si celebrano i funerali. Alla funzione partecipano i compagni di una vita in bianconero e in Nazionale, oltre ai suoi cari. Ci sono i vertici federali, il Ct. azzurro Vicini e la famiglia Agnelli. Fuori una folla di 20 mila tifosi, dopo aver ascoltato in silenzio la funzione dagli autoparlanti, gli tributa un grande applauso al passaggio del feretro.

Il corpo di Gaetano è tumulato nel cimitero di Morsasco, il Comune di origine di Mariella dove si sono sposati e dove ancora oggi riposa. Dopo la sua morte, sono stati intitolati a Scirea la Curva Sud dello stadio bianconero, oggi Allianz Stadium, e diversi tornei giovanili. Dal novembre 2012, inoltre, la via che conduce all’impianto della Vecchia Signora è stata ribattezzata ‘Corso Gaetano Scirea’.

A Mariella furono riconsegnati la fede nuziale, che porta sempre al dito, e un orologio acquistato in Polonia. Fermatosi alle 12.50, l’orario del tragico incidente. La domenica successiva alla morte di Gaetano, lo segue suo papà Stefano, affetto da una grave cardiopatia. Nel 2011 il libero gentiluomo è stato introdotto nella Hall of Fame del calcio italiano.

“Con Scirea – commenterà il giornalista Gianni Mura – se n’è andata una delle facce più pulite del nostro calcio”.

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