ADDIO SINISA, MICHAJLOVIC PERDE LA LOTTA PER LA LEUCEMIA, UNA VITA DA CAMPIONE L’UNICO NEO L’INTER

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Mihajlovic non ce l'ha fatta: addio Sinisa, campione ed eroe

Una vita da campione, da lottatore, diventato poi un eroe per come ha affrontato la malattia, per il coraggio che ha mostrato, per come l’ha sopportato e per come ha cercato di sconfiggerla. E’ stata più forte di lui, ma solo fisicamente perchè proprio durante la sua malattia ha messo fuori il suo carattere di duro e di lottatore virtù che gli sono valse il passaggio caratteriale di uomo scontroso e introverso a umano e disponibile. Il più bel passaggio della sua esistenza, questa forma manzoniana di affrontare il prossimo, di porsi, di verificare le reazioni altrui. Sinisa durante questo periodo di malattia  si è concesso al mondo come era nella sua famiglia, dolce e cordiale e abbiamo cominciato ad amarlo mentre prima proprio il suo carattere un pò spigoloso non ci aveva catturato sotto questo aspetto anche se il campione non si è mai messo in discussione. E’ stato sempre un punto di forza nelel squadre dove ha giocato. Una carriera fatta di alti e bassi, più altio che bassi tra le squadre di club e la sua nazionale. Sinisa ha avuto un percorso di vita particolare. Figlio di madre croata e padre serbo, era nato a Vukovar ma cresciuto nella vicina Borovo (dove non c’era un ospedale)[ all’epoca facenti parte della Jugoslavia governata da Tito. Dal febbraio del 1995 fino alla morte è stato legato ad Arianna Rapaccioni, romana ed ex soubrette televisiva, poi sposata nel luglio del 2005. Da questa relazione ha avuto cinque figli: Viktorija, Virginia, Miroslav, Dušan e Nicholas.[3] Nel 1993 aveva già avuto un altro figlio, Marko, riconosciuto sin dall’inizio ma incontrato solo nel 2005 a causa della fine della relazione con la madre, avvenuta prima della sua nascita.[4] Nel 2021 diventò nonno di una bambina, nata dalla relazione tra la figlia Virginia e il calciatore Alessandro Vogliacco.  A novembre di quell’anno il comune di Bologna gli conferí la cittadinanza onoraria. 

Dotato di un sinistro potente e preciso, è ritenuto uno dei maggiori specialisti della sua generazione nell’esecuzione di calci piazzati:   acquisì questa reputazione durante la sua militanza nelle file della Stella Rossa, allorché il suo tiro divenne oggetto di studio di alcuni ricercatori del dipartimento di fisica dell’Università di Belgrado, i quali calcolarono una velocità massima di 160 km/h.[ 

Il giocatore perfezionò ulteriormente le proprie doti balistiche con l’arrivo in Italia: dapprima incentrati sulla potenza, i suoi tiri divennero progressivamente più precisi.[16] In Serie A, Mihajlović ha realizzato 28 reti su punizione, di cui 3 in una sola partita: si tratta di due record per il massimo campionato italiano — il primo dei quali calcolato a partire dal 1987 , il secondo dei quali condiviso con Giuseppe Signori. Tra i «segreti» della sua abilità nei calci di punizione, Mihajlović annoverò la rincorsa breve che sorprendeva i portieri, la tendenza a usare diverse tecniche di tiro nonché l’insolita routine di esercizio, che comprendeva l’impiego di barriere artificiali poste a una distanza inferiore a quella prevista in partita

 

In origine centrocampista avanzato che prediligeva la fascia sinistra  nei primi anni di militanza nel campionato italiano non brillò per continuità di rendimento né per senso tattico, pur lasciando intravedere qualità tecniche e fisiche di tutto rispetto.  Ebbe un decisivo cambio di ruolo nelle file della Sampdoria: schierato al centro della difesa dall’allenatore svedese Sven-Göran Eriksson,  Mihajlović diede prova di significativi miglioramenti, al punto da essere considerato, sul finire degli anni 1990, il più rappresentativo tra i giocatori jugoslavi  nonché uno dei migliori difensori nel panorama calcistico mondiale dell’epoca,  grazie alla capacità di svolgere compiti difensivi e di impostazione della manovra con eguale efficacia. 

Non sono mancati nella sua carriera di calciatore momenti molto bui (clicca qui Wilkipedia)   in special modo sul piano reattivo, comportamentale che lo hanno portato in quel periodo a non essere molto amato. Nella sua carriera ha vinto moltissimi trofei tra coppe europee e la Champions League vinta con la Stella Rossa e gli scudetti .Non ha mai rivendicato lo scudetto di cartone mai vinto ma assegnato a tavolino all’Inter  nelle cui fila rappresenta l’unico neo della sua folgorante carriera calcistica. Finito nella squadra più corrotta e impunita d’Italia ha finito di giocare a calcio ma è stato il suo unico neo e nonostante questo la sua rimane una storia importantissima che si ferma a Bologna dove arriva dopo aver allenato Catania, Fiorentina e nazionale Serba insieme, Sampdoria, Torino, Sporting Lisbona,Milan e appunto Bologna. Se ne va un uomo di calcio, di campo e di lotta, ma anche di fioretto e di sorriso, se ne va in punta di piedi insieme alla sua grande filosofia di vita. E’ morto a Roma,da sempre Roma è stata la casa italiana dell’ex tecnico e calciatore. La città che lo ha accolto nel 1992 e dove ha costruito la sua vita insieme alla moglie Arianna e che, negli ultimi giorni, lo ha accompagnato verso l’ultima fase della sua malattia, vissuta nella clinica Paideia vicino all’affetto dei propri cari.Addio Sinisa e grazie di tutto. Sergio Vessicchio

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